Dark Mode Off / On

Quando il mondo non ci somiglia, sentirsi fuori posto può essere il prezzo da pagare per restare fedeli a sé stessi.

A volte mi guardo intorno e mi sento come se fossi l’unica a non aver ricevuto il copione.

Vedo tutti correre, affannarsi, costruire le loro vite sopra fondamenta che sembrano solide, mentre io resto a guardare, chiedendomi perché sento di non appartenere a tutto questo.

La società fuori corre a una velocità che non mi appartiene: richiede un rumore, una produttività e una costante esibizione di sé che mi stanca solo a osservarla.

Mi sento disallineata.

Come un ingranaggio che gira fuori sincrono rispetto al resto della macchina.

Tutto quello che viene considerato “normale” — l’ambizione definita da standard prestabiliti, la necessità di incasellarsi in etichette, il bisogno viscerale di validazione esterna — mi appare come un teatro dell’assurdo di cui non riesco a capire lo scopo.

Cerco profondità in un mondo che sembra accontentarsi della superficie.

Cerco silenzi in un’epoca che ha paura del vuoto.

Cerco connessioni reali in un labirinto di schermi e maschere.

Cerco un senso in mezzo a tutto questo rumore.

​Non è che io non voglia vivere, è che vorrei farlo alle mie condizioni, in un modo che non mi costringa a tradire chi sono.

Mi sento un’estranea in una società che, sulla carta, dovrebbe essere la mia.

E il peso più grande, forse, non è nemmeno la solitudine, ma la fatica di dover fingere ogni giorno che tutto sia al suo posto, mentre io continuo a cercare una frequenza diversa, un ritmo che finalmente, per una volta, risuoni in armonia con quello che sento dentro.

Sentire questo distacco è doloroso, ma forse è proprio in quella distanza che ho imparato a riconoscere la mia vera natura.

​La società odierna ha eretto un tempio alla superficie.

È un mondo che si consuma in uno scorrere infinito, dove tutto ciò che conta deve essere immediato e digeribile in pochi secondi.

Si premiano l’immagine e l’impatto fugace.

Si teme, invece, tutto ciò che richiede tempo.

​Mi sento profondamente disallineata perché, in questo mare di apparenze, continuo a cercare l’ossigeno delle cose autentiche.

Ma l’autenticità non fa rumore, non attira like, non si adatta ai formati standardizzati.

È lenta e spesso richiede di restare in silenzio.

​Mi chiedo: come si può accettare di vivere riducendo la propria esistenza a un catalogo di momenti ottimizzati per lo sguardo altrui?

Sento il peso di una costante pressione a “essere” in funzione di “come appaio”.

Perché questa società è una nebbia di apparenze.

Rende le conversazioni leggere ma vuote, le relazioni simili a contratti a breve termine e il successo una questione di estetica piuttosto che di sostanza.

Mi sento come se camminassi su un vetro sottile, consapevole che sotto quella patina luccicante c’è un abisso di significati che nessuno sembra voler indagare.

​La mia frustrazione nasce da qui: dalla necessità di scavare in un mondo che ha paura di sporcarsi le mani con la complessità.

Vorrei parlare di verità, di dubbi, di dedizione, di quell’inquietudine e di quella malinconia che ci rendono umani, ma mi ritrovo a dover parlare il linguaggio del “va tutto bene” e dell’esibizione che maschera il vuoto.

​Non è che io rifiuti il mondo.

Rifiuto l’idea che la vita debba essere solo ciò che si vede in superficie.

Rifiuto di barattare la mia profondità con la facilità di un’accettazione sociale che non mi appartiene.

Restare fedele alla mia complessità è l’unico modo che ho per non tradire la bambina che sono stata, preferendo il peso della mia verità alla leggerezza di un’appartenenza che sa di niente.

E finché la società continuerà a scambiare il luccichio per valore, io continuerò a sentirmi un’esule, cercando, tra le pieghe di questo presente così piatto, un angolo di mondo che abbia ancora il coraggio di essere profondo.

Essere così fin da piccoli è una forma di solitudine particolare.

È crescere sapendo di avere una diversa profondità di campo, come se tu guardassi il mondo con una lente che gli altri non hanno.

Non è che fossi “strana” — anche se spesso è così che mi hanno definita — è che ero semplicemente dotata di una sensibilità che non trovava riscontro in ciò che mi circondava.

​Ma oggi so più che mai che quella bambina non era sbagliata.

Era solo la custode di una verità che questo mondo fa di tutto per dimenticare: che la vita non si misura con la velocità o con lo splendore della confezione, ma con il peso di ciò che portiamo dentro.

Non mi sento sbagliata per il modo in cui sento il mondo.

Ho solo imparato ad accettare che la mia natura non sempre trova posto nella sua fretta.

E mi sento davvero in pace con la mia natura.

È il mondo che, nella sua ossessione di apparire, ha perso la capacità di vedere la bellezza di ciò che resta in ombra.

L’essenziale è invisibile agli occhi

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Melissa De Pasquale

Ho scelto una vita dalla quale non voglio scappare fatta di piccole cose, borghi e natura. La racconto qui attraverso i miei itinerari slow in giro per l'Italia. Seguite la mia avventura!

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