Travel Blogger: perché vivere solo viaggiando non fa per me

travel blogger si o no

 

Prima di aprire il blog – ormai ben quasi due anni fa – ero convintissima della mia scelta: volevo scrivere e raccontare di luoghi e posti del cuore. 

Diventare travel blogger e vivere viaggiando.

Ero da poco diventata giornalista e mi sembrava tutto così naturale.

Come se il cerchio si fosse finalmente chiuso.

Mi sbagliavo ovviamente.

Il percorso era solo all’inizio.

E così arrivarono i primi weekend fuori porta, i primi post, la prima reflex, le prime app per editare le foto, i primi profili aziendali sui social.

Ma fu con i primi tour che qualcosa iniziò a cambiare davvero dentro di me.

Il contatto con i borghi del Sud, con la gente del posto, con le realtà locali che tanto si adoperavano per migliorare il territorio in cui vivevano, la passione, il coraggio e la determinazione di singoli individui nel restare e combattere per quello in cui credevano. 

Iniziai a farmi delle domande.

Mi bastava davvero andare in un posto, visitarlo, tornare a casa e scrivere un paio di articoli a riguardo? 

Mi bastava davvero viaggiare gratis – che senso ha tra l’altro – provare la cucina locale, tornare a casa e non tornare mai più in quel posto?

Mi bastava davvero promuovere il territorio esclusivamente tramite lo storytelling e chi s’è visto s’è visto?

Mi bastava davvero essere “solo” una travel blogger?

La risposta a tutte queste domande venne da sé.

Sono una che, a modo suo, si affeziona molto alle persone e alle loro storie, figuriamoci ai luoghi.

Volevo fare di più.

Non volevo essere una figura di passaggio, volevo provare a fare la differenza anch’io per quei posti che visitavo (determinante il mio primo viaggio a Lesina, lo ammetto).

Ma come fare?!

Non ne avevo i mezzi né le conoscenze.

 

 

Poi ho scoperto il lavoro del Destination Maker e il marketing applicato ai Beni Culturali e al turismo.

Bingo!

Ho iniziato a cercare corsi di specializzazione, master, concorsi.

Nulla!

Per oltre un anno, buio totale, se non qualche corso di dubbia validità e dal costo eccessivamente elevato.

Non demordo.

Poi demordo.

Periodo “no”, crisi esistenziali varie ed eventuali, il classico “basta, mollo tutto”.

E poi – ad un passo dal prendere una decisione drastica – ecco la luce alla fine del tunnel.

E non era un treno, bensì un’opportunità.

L’opportunità di diventare Digital Destination Manager, di poter creare strategie di marketing ad hoc per un territorio in particolare, di potermi davvero dedicare a luoghi, storie e persone.

Un bando pubblico.

Un corso biennale interamente finanziato da Regione ed Unione Europea.

Una selezione iniziale.

Tre prove successive da superare.

Solo venti posti.

Primo pensiero: “Non ce la faró mai”.

Secondo pensiero: “Non ho il coraggio”.

Terzo pensiero: “Se non ci provo non solo me ne pentirò a vita, ma dimostrerò a me stessa di essere una cretina totale”.

 

 

Poi una sensazione positiva, fortissima. 

Qualcosa dentro di me mi diceva che ce l’avrei fatta.

Presunzione?! Forse.

Ambizione?! Tantissima.

Follia?! Senza non si va da nessuna parte.

“Cavolo, lo faccio!”

E così mi sono data un’opportunità con la consapevolezza di potercela fare.

Non perché fossi la più preparata, non perché fossi la più meritevole, non perché fossi la più disciplinata…ma perché senza ombra di dubbio sarei stata la più motivata.

E così, dopo circa un mese di selezioni, ho scoperto di essere entrata.

Ce l’avevo fatta.

Ce l’ho fatta!

I prossimi due anni saranno duri, mi metterò davvero alla prova in tutti i sensi e mi toccherà vivere molto di più la città (sì, proprio io che sogno di andare a vivere in campagna).

Potrò muovermi davvero poco e viaggiare ancora meno, ma è un prezzo che sono disposta a pagare per realizzare un sogno che non sapevo di avere.

Prendermi cura dei luoghi.

Prendermi cura della tradizioni.

Prendermi cura dell’arte.

Prendermi cura della brava gente.

Non solo dandovene testimonianza attraverso la scrittura – il blog non si fermerà del tutto, non temete, la scrittura resta una parte importante di me – ma potendo agire nel concreto.

Voglio poter tornare in un posto anche mille volte e sentirmi parte della comunità.

Voglio poter camminare a testa alta, sapendo di star facendo davvero qualcosa ricambiando appieno quell’ospitalità che tanto mi ha emozionato durante quest’anno di tour.

Solo così potrò sentirmi davvero a posto con me stessa.

Tutto questo per raccontarvi un altro pezzo della mia storia.

Tutto questo per dirvi chiaramente che anche io nutro tantissimi dubbi riguardo la figura dei travel blogger (per non parlare di quella degli influencer).

Tutto questo per dirvi di tenere sempre duro, perché è proprio quando pensate di essere stanchi che state per raggiungere un traguardo o scoprire un nuovo inizio.

Tutto questo per dirvi di non mollare mai, perché è proprio quando state per farlo che sta per accadere qualcosa di straordinario.

campi di grano gargano

 

Travel Blogger: perché vivere solo viaggiando non fa per me was last modified: novembre 29th, 2018 by Melissa De Pasquale

4 Risposte a “Travel Blogger: perché vivere solo viaggiando non fa per me”

  1. ❤️❤️❤️

  2. ..e io ti ringrazio ancora una volta.❤️

    1. Ciao Isabella, grazie a te per aver letto il post.
      Contenta che ti sia piaciuto.
      Alla prossima!

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